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Auguri buona giornata!
Da quando aveva iniziato ad andare alla Body Tech, il barbone che era
parcheggiato a un centinaio di metri dall’ingresso gli aveva sempre
rivolto quel saluto.
- Auguri buona giornata!
Piovesse o ci fosse il sole l’augurio era sempre il medesimo.
Fu sorpreso quando, in una splendida mattina di fine maggio, il clochard
alzando la testa e vedendolo sorridere gli disse - Ehi! Smetti di essere
felice a comando!
- Scusi? - chiese tornando sui suoi passi.
Il barbone aveva già abbassato la testa sulla pagina di giornale
e ogni tentativo di Rico di ottenere una spiegazione si scontrò
contro una sdegnata indifferenza.
Sembrava veramente così felice? Iniziò a chiederselo e
la cosa lo turbò."
Romanzo
Siamo negli anni Novanta; c'era ancora la Jugoslavia, c'era già
la guerra in Iraq e vivevamo senza e-mail e cellulare. Per Rico, il
protagonista del romanzo, gli anni Novanta sono la musica: dance, rock,
grunge. E sono il basket - Pessina, Djordjevic,
l'Olimpia Milano. Ma soprattutto Michael Jordan,
attraverso le cui imprese si scandiscono le tappe di un decennio che
ha cambiato la nostra vita, con Mani Pulite, le stragi di mafia, la
new economy, internet e il ritorno dell'Italia in guerra. Nulla sarebbe
stato come prima.
Cd
Dal
romanzo nascono le canzoni originali dei Cinemavolta
- in puro stile indie - del cd allegato, per un'opera multimediale,
che ospita, fra l'altro, Nikki
(oggi voce di Tropical Pizza su Radio DJ) per la cover
di un classico degli anni novanta, PEACHES .
Milano
andata e ritorno
di
Sasha Djordjevic
Quando
Max mi ha chiesto di dedicare una prefazione al suo romanzo, non ero
convinto di essere la persona giusta.Ma è bastato l'accenno alla
Milano degli anni Novanta, l'amore per il basket del protagonista Rico,
le vicende storiche che fanno da sfondo alla trama, il riferimento ad
alcuni episodi in maglia Olimpia indelebili nel mio cuore, per risvegliare
un fiume di immagini ed emozioni legate a quegli anni - i più
belli della mia vita cestistica, ma allo stesso tempo i più tristi
per la disintegrazione del mio paese.
Arrivai a Milano nel maggio 1992, non avevo ancora compiuto venticinque
anni (casualmente coetaneo del protagonista Rico Manenti). Pochi giorni
prima ero diventato campione d'Europa con il Partizan, la squadra della
mia infanzia, con una mia tripla allo scadere e dopo aver battuto la
Philips di Mike D'Antoni in semifinale. Andare a vivere nella città
che più mi aveva affascinato da visitatore e giocare per la leggendaria
squadra delle Scarpette Rosse sembrava il coronamento di un sogno. Seguirono
momenti bui: la nazionale della Jugoslavia, paese che si ostinava a
chiamarsi così nonostante la dissoluzione fosse già iniziata,
fu bandita dai giochi Olimpici di Barcellona a pochi giorni dall'inaugurazione,
e la generazione mia, di Divac, Danilovic, Bodiroga non poté
giocare insieme fino al 1995, per poi vincere con orgoglio e rabbia
tutti i trofei internazionali negli anni a seguire. I primi mesi a Milano
furono difficili, i tiri non entravano, piccoli acciacchi si susseguivano,
il pubblico (esigente, bauscia, allora come oggi) non era entusiasta
del "play slavo" e io lo sentivo. A novembre il mio sogno
milanese era già un incubo, ma Mike e la squadra mi diedero grande
fiducia e io la ripagai. Con Fabrizio, Davide, Ricky, Antonello nacque
un'amicizia forte e sincera che è rimasta tale anche a distanza
di anni, e da lì una stagione che si chiuse trionfalmente, con
tanto di corsa sui cartelloni pubblicitari al Forum, come evocato da
Max. Fuori dal parquet stavo scoprendo la cultura italiana dello stare
insieme, dell’uscire la sera in gruppo con mogli e fidanzate, del divertirsi
in modo chiassoso. Discutevamo degli eventi intorno a noi, allora cronaca,
oggi storia. Loro cercavano di spiegarmi Tangentopoli ed il contesto
delle stragi di mafia, io mi sforzavo nel tentativo di semplificare
la sanguinosa guerra civile nei Balcani - dove si stava producendo più
“storia” di quanta i popoli dell'ex- Jugoslavia ne potessero consumare.
Trascorsi a Milano un altro anno, quanto mi bastò per sentirmi
ormai milanese di adozione (e forse ormai anch’io un po' bauscia...)
e capire che in questa città sarei tornato a vivere un giorno
con la mia famiglia. Negli anni, anche quando ormai abitavo a Barcellona
e Madrid, continuavo a sfogliare il Corriere della Sera e la Gazzetta,
a seguire le vicende italiane ed il Milan del mio amico Savicevic.
Quando sono finalmente tornato dieci anni dopo, la città era
cambiata, più internazionale di prima, il ritmo quotidiano ancora
più veloce, le code per andare al mare ancora più lunghe.
Tecnologia, telefonini e internet, il tenore di vita in media apparentemente
migliorato. Il basket tornato di moda, grazie a Giorgio Armani.
SMETTI
DI ESSERE FELICE mi ha dato l'occasione di tornare con i ricordi agli
anni Novanta e di rivivere con Rico Manenti un'epoca in cui i ragazzi
erano costretti a diventare adulti bruciando i tempi, per non perdere
il passo con il mondo che cambiava come mai prima di allora.
Novanta,
allora
di Davide Pessina
Diciamocelo,
per me gli anni Novanta sono stati veloci, rapidi e intensi. Ci sono
entrato dopo una finale storica a Livorno, tra polemiche e gioia. Una
Milano vincente, sempre più da bere. Poi la nazionale, i trasferimenti,
le vittorie, le liti, la schiena, l'addio. Quel decennio sono io. Eppure.
Eppure leggendo questo libro, tra basket, ricordi e amori ho capito
che non stava solo cambiando la mia vita. Stava cambiando il mondo.
Cosa pensavo? Cosa provavo? Chi ero?
Tutto scorreva veloce, in quegli anni, e non so se per proteggermi,
o perché ero troppo giovane, nel ritmo frenetico della vita sottovalutavo
come e
quanto stessero cambiando le cose.
Il mondo era in preda a una rivoluzione che a oggi, credo, non è
ancora finita.Una rivoluzione che sicuramente mi ha segnato, ma le cui
tracce non mi ero mai fermato a guardare.
Ogni cosa è stata stravolta. Basti pensare all'effetto dell’arrivo
di Berlusconi nel mondo degli sport minori, con la revisione integrale
di regole e ingaggi, prima ancora che la stessa formula si applicasse
alla politica. O all’universo della comunicazione, sovvertito da Internet
e posta elettronica. O agli equilibri mondiali, con una guerra che,
iniziata nel 1991, è continuata fino ai giorni nostri.
Tramandata, letteralmente, di padre in figlio.
Potrei continuare, ma non voglio rovinarvi il gusto della lettura. In
SMETTI DI ESSERE FELICE (e devo dire che non riesco a pensare a un titolo
più adatto per un libro che racconta il passaggio da un decennio
ricco a uno iniziato con una crisi economica dura e tagliente) gli avvenimenti
fanno da sfondo, non diventano protagonisti, si limitano a “colorare”
i personaggi, li influenzano, li muovono e gli fanno prendere decisioni
di cui nemmeno loro capiscono i motivi.
In questi riflessi mi sono ritrovato: da un campo a un altro, da una
città a un'altra, con la realtà che avanzava più
rapida di me, e io che cercavo di rimanere me stesso, resistendo alla
forza centripeta della società. E ancora oggi non so se ci sono
riuscito.
Leggendo le pagine di Max Tozzi mi sono chiesto spesso cosa pensavo,
come vivevo le situazioni. Chi ero? Le pagine sul basket per assurdo
sono quelle che mi hanno toccato di meno. Ma il resto, accidenti, il
resto: come l'ho vissuto? E cosa ha lasciato su di me? Nemmeno Rico
Manenti (il primattore di questo romanzo di formazione) sa quanto sia
stato influenzato da un’Italia che in soli 8 anni è diventata
un paese completamente diverso, almeno nella forma, se non nei contenuti.
Sono, anzi, siamo un po’ tutti Rico Manenti.
Adesso ho compreso qualcosa in più di me stesso.
Grazie, Max.
Playlist
del cd
1.
Smetti di essre felice
2.
Mister Costello
3.
Complotto
4.
Playstation
5.
L’esercito delle commesse
6.
Dante
7.
Primato personale
8.
Amore/Tutto
9.
Metalious
10.
Dovere piacere
11.
Peaches (featuring Nikki)
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